Oswald Maximum Security Penitentiary

Dopo dieci anni (un decennio è sempre un buon punto di svolta), ho deciso di riguardare OZ.
Completo, dall’episodio uno al 56. (NdAli: se non sapete di cosa si tratta, aprite Wikipedia o peste vi colga).

oz

Quando lo vidi la prima volta – tutto d’un fiato in una due settimane di immersione violenta e accecante- me ne innamorai perdutamente.  In questi due lustri ho guardato qualcosa come una quarantina di serie diverse ,alcune con trasporto adolescenziale, altre con occhio critico, altre ancora anche con noia e crescente disappunto (e conseguente abbandono)…per dirla schietta e palese: per alcune ho perso la testa ed altre mi hanno fatto schifo proprio. Dopo dieci anni, scegliere di rivedere OZ, poteva essere un rischio. Il rischio di quando si rivede il primo amore, ecco. E si scopre che è ingrassato, ha perso i capelli, ha i denti gialli, che non è più il principe azzurro che ricordavamo. Appurato che in un decennio una persona (in particolare quando dieci anni significano circa un terzo della tua vita) ha percorso sufficienti strade ed ha accumulato un numero abbastanza consistente di esperienze, tali da consentire un’analisi più matura e completa, ho pensato che il rischio che OZ scendesse improvvisamente dal piedistallo era considerevole. Ma ho scelto che, proprio per amore, dovevo correre quel rischio.

Ebbene, inspiegabilmente, sono ancora più innamorata.

O meglio: spiegabilmente. Perché a differenza della prima volta vedo molto più chiaramente le motivazioni di questo innamoramento. Innanzitutto il carattere innovativo proprio di OZ (a partire dalla coraggiosissima scelta registica di ambientare l’intero serial, a parte rari flashback introduttivi, all’interno del carcere) e per le tematiche affrontate e soprattutto per le scelte cinematografiche attuate per trattarle. Per esempio: parliamoci chiaro, nel 1997, anno di debutto di OZ, la figura di Augustus Hill, prisoner no. 95H522, voce narrante di OZ, rappresentò una rivoluzione. Nei serial tv, a partire da allora, i monologhi fuoricampo di uno dei protagonisti che esprime concetti quasi filosofici su un argomento piuttosto che su un altro (di rilevanza più, o meno, attinente alla puntata in corso) in apertura e/o chiusura di episodio sono diventati la norma. Penso a Meredith Grey in Grey’s Anatomy, a Dexter nell’omonimo show ed a moltissimi altri.

In secondo luogo, la tridimensionalità dei personaggi è ineccepibile. Ogni protagonista non rientra nella categoria dei standardizzata dei “buoni” o dei “cattivi”, finalmente restituendo dignità al carattere umano: se è vero che Ryan O’Reily è machiavellico e calcolatore, è anche vero che l’affetto profondo che lo lega al fratello è quanto di più profondo e commovente si possa rappresentare su uno schermo, e questa ambiguità vale per tutti personaggi principali, dai detenuti alle guardie carcerarie ai funzionari responsabili. Come nella vita reale, nessuno è bianco o nero, le persone hanno moltissime sfumature di grigio (vietato fare stupidi riferimenti a best sellers di pessimo gusto letterario), e OZ cerca di rappresentarle tutte. Alla domanda “Qual è il tuo personaggio preferito?” mi sono sentita rispondere di tutto e di più, e questo da solo dovrebbe bastare a spiegare la complessità dei caratteri. Se lo spettatore apprezza la lucida follia di Beecher, il carisma esplosivo di Said, l’amore/odio teatrale proprio di Keller, esiste un motivo NELLO SPETTATORE. Ed il fatto che non vi sia un personaggio “buono” nell’assolutismo del termine, ma una complessità di carattere che rispecchia la realtà, crea la condizione sine qua non per eccellenza, per cui ogni spettatore sarà più libero ed incline a parteggiare per il protagonista che più gli si addice, ed al quale, tendenzialmente, più somiglia (o al quale vorrebbe idealmente somigliare), senza essere inconsciamente guidato dalle scelte di sceneggiatura e regia.

Last but not least, OZ dà dipendenza. La chiusura di ciascun episodio tiene sempre lo spettatore attaccato allo schermo, la tensione non manca mai, anche perché, come nella vita, tutto può succedere. Oggettivamente: quando lo guardo, io dimentico che ora sia, e svariate altre cosucce, e continuo come una macchinetta – appena attaccano i titoli di coda – con la stessa patetica solfa: “Ma ne vediamo ancora uno?”. Tutto ciò sapendo grossomodo bene cosa succederà, avendolo già visto per intero una volta, e questo è un traguardo già di per se difficile da raggiungere da parte di una serie tv che va avanti per più di 50 puntate. E’ sufficientemente impegnativo coinvolgere a tal punto uno spettatore con due ore di lungometraggio… con 56 ore diventa brillante e pressoché inarrivabile.

In conclusione: Oz ha ormai 16 anni. Ha fatto la storia del cinema in tv, eppure, è sempre più “nuovo” di molte delle serie, e sicuramente migliore della stragran parte delle stesse. Chapeau.

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