LA DITTATURA DEL SORRISO (altresì: del rifiuto del dolore)

 

 NdA: consiglio l’ascolto di “Come mai” – Sottofasciasemplice, al di là di qualsiasi credo politico, durante la lettura di questo estratto di pensiero -e la lettura di “Davanti al Dolore degli Altri” di Susan Sontag, in qualsiasi momento della vita.

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 Ultimamente, diverse persone hanno puntualizzato che dovrei vivere la mia vita con più “leggerezza”, che dovrei “godermi la vita”, insomma. Anche decidendo di mettere da parte quelli che possono essere stati i percorsi personali della mia esistenza, con tutti gli annessi ed i connessi della stessa, e che gli altri non sono in effetti tenuti a sapere, resta pur sempre la vacuità della frase in sé.

Alla frase “godersi la vita” si  possono dare molteplici interpretazioni, che vanno ad esempio dall’empietà del devasto fine a se stesso allo spasmodico rifiuto della serietà nel dialogo.

Per quanto il primo caso sia inquietante (terribile la mancanza di onestà intellettuale necessaria per ammetterne l’evidenza, agghiacciante la capacità di giustificare se stessi e condannare gli altri a partire da un medesimo comportamento), è il secondo a farmi cristallizzare il sangue.

Nell’auditel della dittatura del sorriso, le grasse risa di sottofondo sono onnipresenti e l’impressione è che si sia ben lontani dal concetto genuino di ironia, e molto più vicini ad un totalitarismo da risata obbligata. Una delle manifestazioni più sordide del fenomeno appare infatti nella quasi totale assenza di autoironia nel modus operandi di coloro che più rispondono, con fervore quasi mistico, alla chiamata alle armi di questa ilarità patinata e chiassosa, ed il risultato è la messa in scena di un patetico Drive-In vivente, nel quale il Grande Fratello (quello Orwelliano di 1984, non quello dei confessionali e delle miseri teatrini televisivi volti all’incarnazione del celeberrimo “quarto d’ora di celebrità”) si palesa nell’ineluttabilità di fronteggiare il dolore con onestà.

Il dolore – il lutto in tutte le sue forme, e non solo- fa da sempre parte in maniera prepotente della vita, vuoi per la precarietà stessa, vuoi per il tabù della morte innato nell’essere umano, ed è stupefacente (nell’accezione negativa del vocabolo) quanto, nella società moderna dominata dall’iper-linguaggio, vi sia una tale ipo-comunicazione proprio nell’ambito dei soggetti di discussione che richiederebbero più parole.

Tutto ciò che non si manifesta nell’ovvio scroscio di risa, è generalmente etichettato come “lamento”, come un generico “rovinare la festa agli altri”. Nella realtà dei fatti coloro che ho visto più proni al piagnisteo sono gli stessi più inclini al divertimento a tutti i costi che, al momento dell’esaurimento risate preregistrate nel reality show delle proprie esistenze, necessitano un’altra forma di esercizio dell’isteria per sopravvivere a quei trenta secondi di pubblicità progresso nel grande contenitore catodico delle proprie vite.

Nell’attacco indiscriminato verso chiunque si dilunghi troppo nei cunicoli del pensiero, nella critica decostruttiva a chiunque tratti soggetti scomodi, nella feroce presa in giro (quasi sempre e rigorosamente attuata dal branco, e preferibilmente alle spalle) di chiunque abbia comportamenti non riconducibili al modello proposto del “positivismo” ad ogni costo, si rivela in tutto il suo orrore una tribù edonistica che della tribù ha i colori e le grida, ma non il coraggio e l’unione. Una tribù che danza spasmodicamente davanti al falò, pronta però solo ad indietreggiare al sopraggiungere del nemico, in qualunque forma esso si presenti.

Preferisco dunque ancora la mia rabbia innata, il mio pessimismo cosmico, la mia talvolta esasperante ed esasperata ricerca all’interno dell’abisso, alla tanto decantata “leggerezza d’animo”, se questa è sinonimo di un repentino passo indietro quando si viene sfiorati dal sangue – proprio, od ancor peggio altrui. Ben consapevole dei miei limiti e dei miei difetti, continuerò ad ogni modo ad essere l’outsider, l’autistica, quella forse dipendente da un certo tipo di ataviche tristezze ed apocalittiche attese, ma pur sempre fedele alla linea (anche quando la linea non c’è, già, cit. dovuta), per il semplice motivo che non mi è possibile adeguarmi alla dittatura del sorriso.

 

Mi ritengo capace di “divertirmi” (se serve un termine di uso comune comprensibile per dare una definizione alla capacità di provare emozioni positive) e di amare – anche troppo, nonostante non mi arrenda ad un sistema circostante che non mi appartiene. Sicuramente però, dovrei dilungarmi in descrizioni che suonerebbero come un’autogiustificazione, il che presume una sorta di senso di colpa che non provo. Per questo: pensate ciò che volete. Io faccio, da sempre, lo stesso.

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